Le premesse della Rivoluzione francese: le cause
Quali furono le cause che provocarono la Rivoluzione francese ? La condizione di miseria in cui versava il popolo, come sottolineò Michelet, o al contrario l’incapacità delle classe media borghese di essere rappresentata sul piano politico, come invece affermava Jean Jaurès ?
Nel XVIII secolo la corrente riformistica legata all’illuminismo, basata sui principi della sovranità popolare, dell’uguaglianza e delle libertà di tutti i cittadini, era rimasta patrimonio pressoché esclusivo degli intellettuali.
Il concetto stesso di rivoluzione non era ancora espresso nel senso di radicale cambiamento o trasformazione di un assetto politico-statuale. Prima della Rivoluzione Francese nessuno poteva pensare di “fare una rivoluzione”.
In Scienza Politica il concetto di rivoluzione viene espresso come una specie del genere guerra civile, o meglio come una guerra interna nella quale prevalgono i fautori di un profondo cambiamento, che danno luogo all’instaurazione di un nuovo ordinamento giuridico-politico [1]
La parola rivoluzione viene quindi investita di un nuovo significato, tuttavia molti storici hanno messo in rilievo non solo gli elementi di discontinuità e di rottura propri del nuovo concetto rivoluzionario, ma anche quelli che hanno avuto un ruolo di continuità.
Quindi, per comprendere le cause e gli effetti delle Rivoluzione occorre considerare tutti gli aspetti politici, ideologici e sociali, culturali ed economici.
Sul fronte interno, la società francese era rimasta divisa in tre classi sociali o stati (clero, nobiltà e Terzo stato), si trattava di una struttura medioevale che non rispecchiava i cambiamenti della società. Le prime due classi godevano di ampi privilegi, esenzione della tasse, onori e cariche ereditarie a corte, nell’esercito, nella diplomazia, ecc .
Il Terzo Stato, che rappresentava la stragrande maggioranza della popolazione, era aggravato dall’enorme peso delle imposte e sottoposto alle vecchie norme feudali. Costituito da una massa enorme di contadini (circa 20 milioni) da 2 milioni di artigiani e operai, da intellettuali, professionisti e banchieri, non godeva di alcun privilegio, anzi sulle sue spalle gravava l’intera pressione fiscale dello stato.
Verso la fine del 1700 la Francia contava quasi 29 milioni di abitanti, un esercito imponente ed un apparato amministrativo strutturato e radicato. Una lunga fase di crescita aveva caratterizzato la prima metà del secolo: aumento della produzione, crescita della popolazione della produzione agricola, oltre all’aumento dei traffici interni e di quelli coloniali.
Il 1774 segna l’inizio della fase d’ascesa e nello stesso anno sale al trono Luigi XVI. La crisi economica colpì però tutta l’Europa, e ai problemi dell’agricoltura si aggiunsero quelli legati agli sforzi bellici, come le spese militari e per gli armamenti. Il periodo compreso tra il 1786 e il 1789 rappresentò l’apice della crisi, durante il quale una rarefazione dei prodotti agricoli sui mercati, dovuta ad un serie di carestie e cali di produzione del grano, della segnale e del granturco, provocò un aumento dei prezzi. La crisi della produzione, le carestie e l’aumento della popolazione furono tutti elementi che provocarono un’incapacità della produzione interna di far fronte alle esigenze della popolazione.
Ulteriore conseguenza fu una tendenza alla rifeudalizzazione con la quale i latifondisti misero nuovamente in atto tutti i diritti feudali. L’aggravamento del malcontento nelle campagne fu quindi inevitabile, per i contadini diventava sempre più problematico sostenere l’onere delle corvées e delle tasse.
Lo scenario economico richiedeva l’intervento di riforme fiscali, che però si arenarono a causa dell’opposizione conservatrice del clero e della nobiltà. E se le riforme fiscali incontravano la resistenza dei ceti privilegiati, le riforme economiche sollevavano l’opposizione delle masse popolari, che vedevano la possibilità di sopravvivere solo nella permanenza di forme tradizionali di organizzazione dell’agricoltura e del mercato.
Luigi XVI in principio si mostrò disposto ad attuare le riforme ed il primo tentativo di liberalizzazione del commercio dei grani venne affidato al Ministro delle finanze Robert Jacques Turgot, esponente di spicco della fisiocrazia. Il progetto fallì provocando la cosiddetta “guerra delle farine” nel 1775, l’anno successivo Turgot si dimise.
Il difficile compito venne poi affidato al banchiere ginevrino Jacques Necker, il quale perseguì una politica di tagli alla spesa pubblica, colpendo pensioni e benefici di corte.
La guerra con le colonie inglesi d’America rese comunque vani i tentativi, il conflitto necessitava di nuove risorse economiche che provocarono un aumento del debito pubblico e del deficit.
La crisi economica e finanziaria rifletteva la generale diversità tra le varie province, non solo dal punto di vista economico, ma anche giuridico fiscale, linguistico, e soprattutto amministrativo. Se da una parte alcune grandi province come la Borgogna godevano di una certa autonomia amministrativa, altre invece dipendevano direttamente dal sovrano.